I (pre)giudizi dei procuratori in tv
“Vincere uno scudetto a Roma è come aggiudicarsene dieci al Nord.” Lo dichiarò tempo fa un importante allenatore italiano alludendo all’enorme e insana pressione mediatica esistente nella capitale. Mutuando l’affermazione si potrebbe affermare che fare risultati in Ticino è più difficile che a San Gallo, Lucerna o Losanna. Anche da noi, in effetti, per le particolarità geografiche e culturali la presenza di mass media è decisamente superiore a quella di analoghe realtà confederate. Il fatto poi che si debbano riempire trasmissioni o siti quotidiani parlando di calcio aumenta il rischio di amplificazioni e polemiche gratuite. Spesso -ma è uno dei tanti esempi- diventano protagonisti di interviste o di interi appuntamenti social i procuratori di qualche giocatore. Persone rispettabilissime ma che hanno una grossa pregiudiziale di fondo: si preoccupano esclusivamente degli interessi dei loro assistiti. I giudizi risultano quindi fortemente influenzati se non smaccatamente di parte. Se il pupillo non gioca è colpa dell’allenatore, se rende meno del dovuto significa che è impiegato in un ruolo sbagliato. Se segna i primi gol dopo mesi è perché è stato finalmente messo in condizione di esprimere il suo “grande” talento, mentre in precedenza sarebbe stata data fiducia a compagni non all’altezza. Un tiro al bersaglio contro giocatori, società e l’allenatore Jacobacci senza nessun distinguo da parte degli intervistatori di turno. Anche perché a essere interpellati sono sempre gli stessi due o tre procuratori e non i rappresentanti degli altri 24 membri della rosa.
Non sono le condizioni migliori affinché squadra e staff possano lavorare in una stagione difficile e nella quale il mentale dei singoli e la solidarietà del gruppo possono fare la differenza. Non osiamo nemmeno immaginare quali ulteriori polemiche verrebbero montate se il Lugano invece che quinto in classifica occupasse l’ultimo posto.